Appassionati come siamo della Toscana e dei suoi sapori, in astinenza da prodotti come i salumi di cinta senese, la finocchiona e il crostino toscano a base di paté di fegatini di pollo, io e il mio compagno di cenette ci dirigiamo lesti al ristorante toscano di Lecco, Borgo Scacciaventi, che offre un assaggio delle rotondità tipiche di quella regione, presenti sia nel suo paesaggio sia nella sua cucina ricca e saporita.
Il prosciutto toscano è uno dei più saporiti prosciutti italiani, per via della vicinanza dei luoghi di produzione al mare. E’ molto salato e asciutto rispetto al nostro cavallo di battaglia, il crudo di Parma. I toscani adorano la carne di selvaggina e le interiora degli animali, che rappresentano sapori antichi, animali e molto intensi. L’uva toscana più famosa è il Sangiovese, che lavorata dà vita a vini molto corposi e ricchi di tannini, molto maschi e decisamente da accompagnare con del cibo per essere gustati. Anche l’olio toscano, un must nei loro prelibati piatti, ha un sapore molto deciso e quasi piccantino. L’unico ingrediente poco saporito della Toscana è il pane, ma non per scelta. La storia del pane insipido è lunga ed è più legata a una diatriba tra Pisa e Firenze che a un discorso di gusto. La Toscana è famosa per la serie di rivalità tra comuni. Rivalità che risalgono a tempi lontani, quando si litigava per chi dovesse commerciare una cosa e chi l’altra e per questioni di monopolio. Pisa smise di rifornire l’entroterra di sale, o i fiorentini decisero di smettere di comprarne per limitare lo sviluppo di questo commercio. Fu per questo che la Toscana divenne famosa per il pane sapido. Così raccontano i toscani anche se la versione dei fatti cambia a seconda di chi la racconta, fiorentini o pisani.
Il Borgo Scacciaventi ha un ingresso rialzato da qualche scalino in una delle via centrali di Lecco, via Carlo Cattaneo. La prima impressione è di un locale piccolo, ben tenuto, ma senza tavoli: c’è solo il bancone, una porta e, alla fine del bancone e un po’ nascosta, una scala che scende. Nell’entrare incrociamo il proprietario che ci indica la scala e ci accompagna alla sala ristorante. La stanza si trova al piano sotterraneo ed è confinante con la cucina. Non ci sono avventori a parte noi due, che siamo lì per osservare ogni dettaglio, ma soprattutto per assaggiare le pietanze che ci vengono proposte. Forse è presto, o forse è semplicemente perché è mercoledì che il locale è così tranquillo. Il proprietario ci spiega come l’affluenza sia molto più consistente nei mesi invernali. Io e Jacopo ci guardiamo e annuiamo, d’accordo con l’osservazione.
Nel nostro ultimo viaggio in Toscana avevamo collezionato pecorini di diversi produttori e con diverse stagionature, salumi di cinta senese e non, miele, confetture e olio. Sicuramente avremmo ordinato un antipasto, come revival delle nostre mangiate. Inoltre, se siamo interessati alle capacità culinarie del cuoco, sicuramente non ci tiriamo indietro davanti alla degustazione di prodotti “pronti”, quali salumi e formaggi, che il cuoco non deve fare altro che servirci, ma che fanno sempre la loro figura. Dalla prima impressione che abbiamo avuto del locale, il proprietario deve essere un esperto ricercatore del prodotto artigianale, uno che spulcia la lista di produttori e si serve dei migliori nel panorama gastronomico. La stessa impressione ce l’abbiamo nei confronti della lista dei vini. Guardiamo la selezione toscana e con piacere notiamo che il fornitore di Chianti, Morellino e altri è la famosa vineria La Rocca delle Macìe.
Il menù è semplice e lineare, piacevole da consultare, non troppo confusionario. C’è la carta con i due menù degustazione (grande e piccola), poi c’è la pagina degli antipasti, quella dei primi, quella dei secondi di carne e infine quella dei secondi di pesce. Ogni sezione ha almeno cinque piatti tra cui scegliere. Il giusto, penso. Troppa scelta dà un’idea di confusione epoca professionalità (un cuoco non può essere facilmente specializzato in troppi piatti), troppo poca al contrario dà l’idea di osteria a menù fisso. Quindi, dopo un’occhiata non troppo lunga, sappiamo suppergiù cosa mangeremo: antipasto toscano misto, sperando che ci sia il paté di fegatini di pollo, e un secondo. Jacopo vuole il pesce e sceglie l’orata cucinata al forno e passata in un battuto di lardo, salvia e rosmarino. Io, dopo aver temporeggiato per qualche istante sulla lista dei secondi di carne ed essermi quasi decisa per una porchetta di cinta senese con riduzione al Chianti, scelgo di fare compagnia al mio compare e di ordinare pesce a mia volta: il baccalà alla livornese è finito e allora mi butto sul caciucco, sempre di Livorno.
Soddisfatti del nostro ordine ci rilassiamo e aspettiamo che il nostro ospite ci porti il vino. Mentre ci apre la bottiglia ci racconta della casa vinicola e dei suoi standard di produzione. E’ molto preparato e ci piace ascoltarlo mentre descrive metodi di produzione, cambiamenti nelle legislazioni circa le percentuali di uve accettate nel Chianti classico e così via. Noi abbiamo scelto un Morellino di Scansano. Come da previsione si tratta di un vino forte, con un sentore di alcol nel profumo, mischiato ad aromi di frutta cotta e marmellata. Il sapore è astringente e molto corposo. Tante spezie, poca frutta. Nonostante queste caratteristiche, un buon accompagnamento per piatti di pesce decisi e ricchi di sapori.
Mentre sorseggiamo il vino ci chiediamo come mai nel menù, affianco all’antipasto misto toscano che abbiamo scelto, c’è scritto tra parentesi: “Minimo due persone”. Di solito questo tipo di dicitura si trova a proposito di piatti caldi, primi o secondi, che richiedono dei tempi di preparazione lunghi o l’utilizzo di tanti ingredienti. Nessuno in Spagna, per esempio, cucinerebbe una paella per una persona. Ci sono tagli di pesce che vanno messi interi nella preparazione e richiedono un volume minimo di padella e di riso. Così, questa dicitura me la sarei aspettata per il caciucco piuttosto che per un tagliere di salumi, per il quale basta ridurre la dimensione del tagliere e il numero di affettati. Quando l’antipasto arriva in tavola, c’è da spaventarsi per l’enorme quantità di carne suina che ci viene proposta: una montagna di lardo, coppa, finocchiona e salame cotto, qualche fettina di pecorino e una bacinella di panzanella. Poi, a parte, un piatto di magatello di Chianina in carpaccio e due bruschette con pomodori freschi e olio di oliva. E’ ovvio che il re del piatto è il magatello, semplice, rosso e crudo, con pochissimo pepe e un po’ d’olio per esaltarne il sapore elegante. Le bruschette sono un omaggio all’olio; la panzanella è un po’ troppo bagnata forse, ma comunque buona, con il sentore di basilico fresco e di cipollina cruda giovane. I salumi perfetti, il formaggio molto giovane e delicato, troppo per i miei gusti. Trattandosi di un antipasto, però, e non di un dopo cena, la scelta è comprensibile. Il grosso problema di questo piatto è solo uno: la quantità. Sembra una cena a sé stante. Non si capisce perché qualcuno voglia servire un piatto del genere di antipasto, sapendo che a seguire ci sono altre portate. E non si capisce nemmeno perché il tagliere debba essere minimo per due persone. O vogliono metterci all’ingrasso, o vogliono ingozzarci per non farci gustare il secondo. A meno che, mi viene da pensare, la scelta di servire un tagliere del genere per minimo due persone non sia dovuto alla necessità di coprire il costo del magatello, che potrebbe essere l’ingrediente più costoso del bouquet. Di nuovo, però, la faccenda non quadra. Perché da oste coscienzioso, attento agli ingredienti e alle combinazioni, vorrei rovinare l’appetito dei mie ospiti e rischiare che non si gustino a dovere le loro portate?
Questi pensieri affollano la mia mente e continuano a ripresentarsi, specialmente dopo la vista dei secondi. L’orata è servita su un piatto piano, senza testa e appoggiata su un letto di verdure grigliate. Il sapore è delicato, nonostante il battuto di lardo, salvia e rosmarino. Il caciucco è esageratamente abbondante. Un piattone fondo di pesce di tutti i tipi e di tutte le forme. Il sapore è articolato, ben strutturato, i crostoni di pane con olio, mezzi bagnati dal sugo di pomodoro, sono un piacevole intervallo di gusto tra quelli dei diversi bocconcini di pesce.
Sono piena e non riesco a immaginarmi quel piatto vuoto. Non ce la posso fare e lo so. Decido di gettare la spugna. Jacopo ne assaggia un po’ e apprezza. Lui è un cuoco. E’ un bravo assaggiatore come me, ma è anche molto interessato al retroscena, alla cucina, a come i fili dei burattini vengono mossi dietro le quinte. Insieme siamo una squadra spietata, alla ricerca di esperienze sensoriali. Cerchiamo l’atmosfera e gli odori di un luogo, prestiamo attenzione a dettagli di presentazione, aspettiamo con ansia il menù per vedere come i ristoratori sanno giocare con l’immaginazione e l’aspettativa inconscia dell’acquirente. Saliviamo nell’attesa di assistere alla sintassi di una cena, che noi leggiamo avidamente come una storia che qualcuno ci sta raccontando e che, a suon di colpi di scena e di descrizioni, scende piano nel nostro stomaco.
Questa volta siamo d’accordo, io e Jacopo, che si è trattato di una storia molto lunga. Un buon incipit, elementi interessanti, ma su cui l’autore si è decisamente voluto soffermare troppo. La pedanteria delle innumerevoli fette di lardo e di salame ha portato alla decrescita inesorabile del ritmo incalzante della storia, fino a lasciarci quasi esausti al punto clou della trama. Non mi piace lasciare un libro in sospeso senza finirlo; cerco sempre di evitare. Però questa volta ho dovuto saltare molte pagine e passare diritta ai ringraziamenti, o caffè.
Borgo Scacciaventi
Ristorante Toscano
Via Carlo Cattaneo, 34
23900 Lecco
0341.282489
www.ilbrogoscacciaventi.it
chiuso domenica e lunedì sera
Federica Pozzi