Tina viene da Senegal. Vive a Lecco con la sua famiglia da molti anni. Lei ha perso la mamma quando aveva sei anni. L’ha vista spegnersi nell’Ospedale di Lecco, mi ha detto l’altro giorno con gli occhi e il tono di voce tristi.
Mentre me lo raccontava sorseggiavo una tazza di caffè africano. “E’ come quello italiano ma in più ci sono delle spezie. Noi ce lo facciamo mandare dal Senegal. Ci sono anche i chiodi di garofano.” E’ buonissimo, penso, mentre le sue due sorelline e un bambino dei vicini di casa, anche loro del Senegal, mi continuano a chiamare: “Annalisa, Annalisa!! Ciao. Ahahahaha”. Poi, sempre dopo la stessa frase ripetuta per almeno mezz’ora, se ne scappano via ridendo. “Perché mi chiamano Annalisa?” chiedo a Tina. “Eh, loro hanno visto qui in casa solo un’italiana fino ad ora, e si chiama Annalisa.” Subito mi sento molto lusingata di essere la prima vera ospite italiana che avrà l’onore di pranzare con la famiglia di Tina. Anche se penso che sia un vero peccato che nessuno di loro abbia mai fatto conoscenza con qualche italiano qui a Lecco. Un vero peccato per i lecchesi, che si perdono la possibilità di conoscere nuove tradizioni e culture senza spostarsi dalla propria città.
L’odore del cibo che Tina e sua mamma stanno cucinando è pungente, molto invasivo e molto africano. Poche volte ho sentito i profumi delle spezie e della cucina africana, ma la cosa che so per certo è che sono tutti molto forti e decisi. Tina mi spiega che sta cucinando una zuppa di okra che si serve con il riso bianco. Appena guardo il pentolone mi accorgo che di okra ce n’è parecchia, perché il brodo è viscidissimo. La viscosità è la caratteristica prima di quel vegetale e la chiave dei suoi effetti benefici. Contiene tanto collagene, per questo è viscida, e pertanto aiuta la pelle a rimanere giovane ed elastica.
L’okra l’ho già provata qualche volta e mi piace tantissimo. Una volta ero in Turchia, ad Istanbul. Mi servirono l’okra in umido, in un sugo di pomodoro.
Ero estasiata. Poi, un giorno che passeggiavo per una fiera di sostenibilità ambientale a Firenze ecco che mi trovo un signore che la coltiva e ne vende i semi. Li ho comprati, li ho piantati, ma non è cresciuta nel mio orto. Non demordo, devo assolutamente riuscire a coltivare quel vegetale a baccello.
Mi chiedo cosa produca quell’odore così forte degli ingredienti che ci sono nella zuppa. Tina mi spiega che ci sono l’okra, un pomodoro giallo che serve ad infondere un po’ di sapore amaro alla zuppa (si tratta di un pomodoro su un pentolone gigantesco di pietanza; ha un po’ la stessa funzione del tomatillo nelle zuppe sud americane), succo pomodoro e tre tipi di pesce. “Che pesci hai usato Tina?”. Sento che nella sua risposta sta l’arcano che svela l’origine dell’odore. “Orata, cernia e poi un pesce africano che in Africa si usa stagionare e che noi compriamo in un negozio africano qui a Lecco.” Ora mi è chiaro qual è la fonte dell’odore intenso che mi ha investito le narici appena entrata in casa e che ancora dopo un’ora in casa di Tina non mi abbandona.
La mia studentessa mi racconta un po’ di storie della sua vita, mentre con un’estrema abilità si muove tra fornelli, lavabo e dispense. Mentre mi racconta un po’ di lei e della sua vita extra scolastica mi porge un piatto di riso bollito con un po’ di salsa di arachidi da assaggiare. E’ una salsa che si cucina con la carne. E’ una salsa squisita, piccantina e molto arachidosa. Non ho parole per descriverla, ma vorrei portarmi Tina a casa perché me la cucini ogni volta che mi va.
Le arachidi sono così. Fanno parte di quella categoria di cibi che quando inizi non puoi più smettere di mangiare. E le assaggeresti in tutte le salse, con tutte le ricette possibili e immaginabili.
La mamma di Tina decide che è quasi pronto e apparecchia la tavola. Si toglie le scarpe e con la tovaglia in mano si mette sul tappeto davanti al divano e alle poltrone, proprio sotto la televisione che domina la stanza. La tovaglia viene stesa sul tappeto e subito capisco che mangeremo seduti per terra. Tina racconta che in Senegal si usa un solo grande piatto dal quale tutti i commensali attingono usando nella maggior parte dei casi solo le mani. “E’ per questa usanza che i nostri piatti sono tutti a base di riso o di cus cus” Tina spiega esperta; “Si stende un letto di riso o di cus cus sul piatto e poi sopra il pesce o la carne o la zuppa/salsa. Il cereale si impregna di sapori,ma non lascia cadere il resto del cibo sul piatto. Con la mano a cucchiaio prendi un po’ di riso e lo porti alla bocca. A volte si usa anche il cucchiaio però.” Wow, penso, che gran bella cosa. “Tu Tina usi le mani o il cucchiaio?” “Se ho fame le mani, se no il cucchiaio”. La sua affermazione mi fa sorridere piacevolmente e penso alla sua volontà di introdurre l’usanza del cucchiaio solo quando non si ha fame e quindi non si perpetua l’atto con corpo e mente.
Tina mi dice che potremmo anche essere una decina a mangiare. Le dico che mi vergogno un po’ con tutti i suoi familiari. Lei mi dice di non preoccuparmi, che tanto non mangiamo con loro. Io non oso ribattere, ma allo stesso mi chiedo perché. Quando è il momento di servire mi rendo conto che tutti mangeranno per terra sulla tovaglia stesa sul tappeto, mentre io e Tina mangeremo al tavolo in un piatto a parte. Tina mi assicura che è perché sono già tanti e non ci stiamo tutti per terra, ma io sento che è anche per non creare situazioni imbarazzanti per me. Magari potrei sentirmi in imbarazzo a mangiare per terra. Noi occidentali siamo così abituati all’uso di protesi che ci dividono dal contatto diretto col cibo… Eppure quel rapporto primordiale con l’atto di nutrirsi mi affascina e lo ritengo molto interessante. Non pongo obiezioni e mi gusto la zuppa sul letto di riso insieme a Tina, che ride nel vedermi mangiare poco. La pietanza è buonissima ma sono le 15 del pomeriggio e dalle 13 io sto assaggiando varie chicche d’Africa. Intanto guardo gli altri commensali seduti per terra e penso che vorrei sedermi anch’io là. Penso che il cibo è più buono quando si è naturali e comodi. Penso che la prossima volta chiederò di potermi sedere alla loro mensa e sono sicura che la risposta sarà sì e sarà seguita da un accogliente sorriso.
Federica Pozzi


bell’esperienza!!!
Un fiore Giallo in una distesa di nebbia grigia… squinch!